Il caso del Sillaro

LUNGA, LUNGHISSIMA RISPOSTA POST INCONTRO AI RESPONSABILI DEL SERVIZIO TECNICO BACINO RENO DELLA REGIONE.

Per i pazienti ecco di seguito la dettagliata risposta:

Gentili Petri, Cavazza e Talerico,
anche a valle del nostro incontro di giovedì 10 gennaio presso la “Cava di Castel Guelfo” lungo il Sillaro, ci teniamo a rispondere alle vostre osservazioni.
Innanzitutto vi ringraziamo sinceramente per essere venuti ad incontrarci, a fare il sopralluogo e, in particolare e soprattutto, di aver sospeso l’autorizzazione fornita il 27 novembre scorso alla Wood Energy.
Vi ringraziamo altresì della proposta di trovare una modalità corretta e per noi sostenibile per “adottare” quel tratto di fiume ricevendo da voi l’autorizzazione alla manutenzione del lungo fiume Sillaro per mantenere il bosco nel rispetto di vostre precise indicazioni e linee guida scritte, per rispettare con il vostro aiuto e quello della Forestale e/o della Guardia Provinciale, sia la necessaria limitazione del rischio idrogeologico che la salvaguardia dell’ambiente, per noi così importante.
Comprendiamo infatti e siamo perfettamente d’accordo con la necessità di mantenere pulito l’alveo del fiume e di tenere giovane il bosco per evitare il crollo di alberi nel letto del fiume medesimo.
La sicurezza è importante e complementare alla salute della cittadinanza, della quale il Comitato si preoccupa con questa istanza. Le nostre osservazioni infatti riguardano:
· l’entità e le modalità del taglio svolto dalla società da voi autorizzata, non l’opportunità di una manutenzione e pulizia nell’alveo del fiume e rimozione di piante morte o malate a rischio di caduta nell’alveo.
· le valutazioni di impatto ambientale fatte per poter dare inizio a quello che noi abbiamo definito, e voi avete potuto constatare di persona, devastazione.

A tale fine, come anticipato in chiusura del nostro incontro di giovedì, sarà mia premura, in rappresentanza del Comitato e assieme a chi del Comitato abbia piacere di intervenire, di chiamare il Responsabile Petri per fissare il primo incontro presso la vostra sede per dialogare costruttivamente e rapidamente in questa direzione. Grazie quindi per questa apertura ed opportunità.

Come espresso giovedì, continuiamo a chiedervi, come già evidenziato in tutte le corrispondenze intercorse fino ad ora, di provvedere nelle aree che hanno subito il taglio, alla ripiantumazione di un numero adeguato di alberi (nel rispetto di varietà di essenze locali precedentemente presenti) al fine di risarcire il danno effettuato con il taglio eccessivo rispetto al 60% concesso dall’autorizzazione da parte della Wood Energy. La piantumazione, a nostro avviso, dovrebbe essere anche in misura maggiore rispetto a tale danno, considerando che l’autorizzazione ad iniziare i lavori di taglio a nostro parere non poteva proprio essere data mancando la valutazione di impatto paesaggistico da parte del Comune di Castel San Pietro. Valutazione secondo noi necessaria, come detto giovedì 10 gennaio all’incontro, come previsto dal Dlgs n. 42 del 2004 sia alla luce dell’art. 142 comma 1 c) che dall’art. 142 comma 1 g). Quest’ultimo (art 142 -1.g) perché il bosco lungo il Sillaro ha superficie superiore ai 2.000 m2 e pertanto da definirsi appunto “bosco” come da Dlgs n. 227/2001 art 2 comma 6. Ci risulta inoltre che l’area sia vincolata dal P.T.P.R. art 17 .”Zone di tutela dei caratteri ambientali di laghi, bacini e corsi d’acqua (art. 4.1 e seguenti PTCP)”. Ma di nuovo, questa è una nostra valutazione da esterni, e lasciamo alle perizie vostre, del Comune di Castel San Pietro o a chi di competenza, la corretta valutazione che ovviamente speriamo vada in questa direzione.

Provo a riassumere di seguito le osservazioni fatte di persona durante il sopralluogo di giovedì, e basate sullo studio Calamini, sulle osservazioni che ci avete inviato mercoledì 9 gennaio e sul documento di autorizzazione rilasciato con data 27 novembre 2012.
Anche voi, nella vostra nota (mail) ben circostanziata, evidenziate che “L’autorizzazione al taglio e prelievo di vegetazione in alveo, prescrive che nelle zone con vegetazione di grandi dimensioni, il taglio avvenga indirizzandolo in prevalenza agli esemplari in precario stato vegetativo senza danneggiare gli esemplari in migliori condizioni.” Ma è proprio questo che non ci pare sia stato rispettato.
La maggior parte delle migliaia di alberi tagliati erano assolutamente sani, come avete potuto constatare da alcuni degli esemplari ancora presenti e non trasportati via dagli autoarticolati mercoledì 9 gennaio, e posti ben lontani dall’alveo del fiume. Durante il sopralluogo, ci avete spiegato un po’ la definizione di “alveo”.. ma proprio di estensione pari a tutta l’ampiezza del bosco?

I nostri quesiti sono posti per salvaguardia dell’impatto ambientale e quindi della salute della popolazione come esposto nella lettera precedentemente inviata. E’ qua che vi chiediamo se tale analisi di impatto ambientale sia stata fatta. Per valutare se tagliare alberi fino a 5-10 metri dal centro dell’alveo attivo o fino invece a 60 metri dal centro dell’alveo attivo e nella misura del 60% (che a nostro avviso è ben più prossima ad un 90% nella realtà come avete potuto constatare nel sopralluogo), avete valutato l’impatto dell’assenza di questo polmone verde? Quanta CO2 e quante polveri sottili arrivano? per non parlare dell’aspetto floro ittofaunistico.

Lo studio stesso di Calamini da voi, Talerico e Cavazza, allegato indica:
· “DPR 14 aprile 1993: rimozione dagli alvei e sponde delle alberature che sono di ostacolo al regolare deflusso delle piene salvaguardando, ove possibile, la conservazione dei consorzi vegetali.”.
Ø Quindi dalle “sponde e dagli alvei”, non dagli argini e non dagli argini in tutta la loro profondità
· “Il primo ruolo della selvicoltura, e del forestale che la interpreta, è quindi quello di proporsi come elemento di mediazione e sintesi delle diverse problematiche emergenti, spesso in conflitto tra di loro, fornendo poi delle soluzioni colturali che possano assecondare una gestione multi obiettivo (ndr “conservazione delle caratteristiche di naturalità della vegetazione ripariale ma subordinandolo, così come richiesto dal DPR del 1993, alla verifica della “compatibilità idraulica” intesa come limitazione del rischio di esondazione”):
Ø non ci pare che vi sia stata una gestione multi obiettivo. La conservazione della naturalità, non solo per l’aspetto paesaggistico ma soprattutto per l’impatto del taglio massivo del bosco sulla salute della popolazione che non beneficia più di un polmone contro l’inquinamento aereo derivante dalla vicina autostrada nonché di barriera acustica. A questo si aggiungono i danni per non avere più uno spazio per le attività ricreative in condizioni salubri e sicure; nonché i danni sugli animali e sugli uccelli che qua si riparavano e nidificavano. Lo studio da voi svolto evidenziava pure queste caratteristiche, così come il fatto che il bosco era indicato dalla segnaletica della Provincia come “Rifugio”.
· Rischio idraulico: “La sicurezza idraulica rappresenta l’esigenza più importante, dalla quale non è dato prescindere. La normativa obbliga infatti a interventi sulla vegetazione di sponda al fine di contenere il rischio idraulico,..” ,
Ø lo studio di Calamini parla di “vegetazione di sponda”, non degli argini nella loro totalità, in modo particolare quando questi, ampi come nel nostro caso, costituiscano la totalità del bosco.
· “…garantendo il mantenimento delle sezioni minime di deflusso, anche attraverso il taglio della componente arborea nelle fasce di pertinenza di magra (Preti e Guarnieri, 2005).”
Ø le fasce di pertinenza di magra non sono le parti dell’alveo costantemente coperte di acqua? come si può dunque estendere il taglio massiccio a tutta l’ampiezza del bosco, distante dai 20 ai 60 metri se non più in alcune aree dal centro del letto del fiume? Non ci sembra che questo segua i criteri indicati da Calamini.
· (pag. 3) Allontanandosi dall’alveo la necessità di elasticità tende a diminuire ma se da un lato una vegetazione densa e rigida ha un’ottima efficacia per la protezione del suolo, dall’altro può contribuire ad innalzare il livello dell’acqua. Singole piante al contrario riducono poco la velocità della corrente provocando però forti turbolenze che possono indurre processi erosivi (Florinet, 2007).
· È quindi opportuno programmare gli interventi colturali periodici al fine di mantenere un gradiente strutturale che, partendo da piante più giovani e flessibili sulle sponde arrivi ad alberi, anche singoli, nelle zone più difficilmente inondabili mantenendo comunque una densità che permetta, dopo gli interventi, la ripresa dei processi di rinnovazione.
· I tagli saranno più intensi nella zona dell’alveo di modellamento[1], con ceduazione dei polloni che costituiscono evidente ostacolo, per poi sfumare in tagli selettivi nelle zone interessate da piene con tempi di ritorno più elevati.
· Qui la scelta delle piante da abbattere cadrà su gli individui che, da un’analisi visiva, evidenziano segni di instabilità (presenza di lesioni, marciumi, marcati disseccamenti della chioma, ecc.) e su quelli che per densità e posizione reciproca possono favorire l’accumulo dei detriti legnosi di grosse dimensioni (LWD)[2]. Allontanandosi dall’alveo attivo l’intervento assumerà sempre meno prerogative legate alla diminuzione del rischio idraulico per privilegiare la valorizzazione della naturalità dell’ambiente ripariale.
· Dove reso possibile dalle caratteristiche delle specie, si dovrà mirare ad una struttura verticale pluristratificata con soggetti giovani e vigorosi nel piano dominante e una orizzontale che permetta la presenza di un sottobosco di specie arbustive”.

Ø tutti gli elementi indicati nello studio, non ci paiono rispettati:
fuori dall’alveo i tagli devono essere selettivi scegliendo le piante che evidenziano segni di instabilità. Inoltre, allontanandosi dall’alveo – e già 10 metri dall’alveo – ci sembra si possa dire che si è lontani, va privilegiata la valorizzazione della naturalità dell’ambiente ripariale.” invece no, è stato tagliato tutto.
“struttura verticale pluristratificata e orizzontale con sottobosco”: gli alberi sono rari e lontani, il terreno danneggiato dai mezzi pesanti e ridotto ad una strada di fango con solchi di almeno 50 cm per i cingolati e i mezzi pesanti.. poco che permetta la presenza di un sottobosco di specie arbustive. Sottobosco, appunto, piante che crescono sotto ad un bosco. Ma dov’è più il bosco?

· (pag 4) “Le esigenze di carattere ecologico, ribadite anche dalla legislazione nazionale e regionale, risultano sempre più imprescindibili considerato anche che i corsi d’acqua e la relativa vegetazione ripariale costituiscono, soprattutto nelle zone di pianura, degli importanti “corridoi di connessione” nell’ambito della rete ecologica (Ministero Ambiente, 1999): conservarne un elevato grado di naturalità cercando di esaltare la biodiversità sia a livello di specie che di habitat, è essenziale per “garantire la possibilità di migrazione e di scambio genetico tra le popolazioni” (Conte et al., 2006), ed in definitiva la loro funzionalità (Cummins, 1988).
Ø Come sopra indicato, non si è salvaguardato un ambiente per il Rifugio animale, per la nidificazione e per le tane degli animali esistenti.
· Di conseguenza con i periodici interventi di taglio, si dovrà mirare a favorire le specie rare e/o sporadiche, quelle produttrici di semi e/o frutti eduli, e quelle specie preferenziali per la nidificazione (Tellini Florenzano, 2003).
· “Nell’attraversare zone agricole di pianura, dove i fiumi sono tra i pochi ecosistemi naturali o seminaturali rimasti (Conte et al., 2006), il paesaggio è stato troppo spesso reso banale da canalizzazioni, rettificazioni dei margini della vegetazione ripariale, tagli a raso (che hanno favorito la diffusione di specie eliofile invadenti). Si tratta di interventi tesi a recuperare spazio per le colture ma che non rientrano tra quelle caratteristiche testimonianze dell’attività umana da tutelare nell’ambito della protezione del paesaggio.” […]. “Anche in questo contesto gli indirizzi selvicolturali verso la costituzione e il mantenimento di strutture più articolate, possono contribuire a rendere meno impattanti gli interventi di taglio.”

Ø Il tratto di fiume Sillaro in oggetto è proprio in mezzo a culture intensive, come anche da voi ricordato, quindi a maggior ragione, gli interventi di tagli dovevano essere meno impattanti e volti a mantenere strutture più articolate della vegetazione boschiva.

D’accordissimo infine anche sulla Delibera di GR 3939/94 da voi riportata, ma proprio non ci pare che sia stata rispettata.
La Delibera parla di “limitando gli abbattimenti agli esemplari di alto fusto morti, pericolanti, debolmente radicati, che potrebbero essere facilmente scalzati ed asportati in caso di piena. La necessità di abbattere le piante di maggior diametro deve essere valutata nelle diverse zone d’intervento, in funzione delle sezioni idrauliche disponibili,”.
Non sono stati tagliati gli alberi ad alto fusto morti o pericolanti o debolmente radicati.. ma alberi che per la vasta maggioranza come avete potuto vedere erano alberi sani. Inoltre alberi ben lontani dall’alveo del fiume e che mai avrebbero impedito la sezione idraulica del fiume.
Parla poi di evitare le “devegetazioni spinte”, e ci pare che in questo caso di questo si tratti. Parla di tagli selettivi, diradamenti mirati. In contrasto poi infine dice, tale norma che si mira a limitare la crescita di tronchi di diametro rilevante e favorendo invece le formazioni arbustive a macchia irregolare. Questa ultima affermazione sembra molto chiara, ma in contrasto con tutte le affermazioni fatte di ricrescita del bosco. Formazioni arbustive a macchia irregolare NON sono bosco. Quindi il bosco non ricrescerà più e non avremo più un polmone d’ossigeno.

Quindi, o vale l’ultima affermazione, che sostanzia che il bosco non vi sarà mai più, ma di nuovo chiediamo se avete quantificato i danni per la salute della popolazione per tale assenza di un polmone verde, o vi dovrebbe ricrescere il bosco ma le modalità di taglio sono state eccessive, e non tali da permettere il corretto sviluppo del sottobosco (es. utilizzo di mezzi cingolati e macchinari pesanti che hanno devastato il fondo di terra, sono state tolte piante sane in quantità eccessiva rispetto all’autorizzazione, non lasciate le matricine e polloni come indicato dalle normative che ci avete indicato e dall’autorizzazione rilasciata etc etc).
Questo si sposa con il documento di Autorizzazione che, secondo noi come detto anche giovedì, non è stato rispettato (oltre al fatto che a nostro avviso non avrebbero proprio dovuto iniziare i lavori in mancanza del consenso del Comune di Castel San Pietro dopo la valutazione di impatto paesaggistico).

Come concordato, ci sentiamo pertanto in questi giorni per collaborare assieme per trovare una soluzione efficace ed operativa da qua in avanti con la collaborazione delle autorità che riterrete opportune (voi, la Forestale, la Guardia provinciale, il Comune, etc).

Grazie e distinti saluti,

per conto del Comitato Salviamo il Bosco del Sillaro.

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